MASCHERE TRADIZIONALI DEL CARNEVALE VENEZIANO

 

                    Bauta
La bauta (o bautta) è il travestimento veneziano per eccellenza, equivalente del domino francese, è la maschera tipica della Venezia del settecento.
La maschera era composta dal tabarro, un ampio mantello nero a ruota, da un tricorno nero sul capo e da una maschera bianca sul volto
La bauta era la "maschera che ogni disuguaglianza agguaglia", usata sia dagli uomini che dalle donne, non solo durante il Carnevale ma anche nelle feste, nei teatri,
negli incontri amorosi, ogni volta che l’incognito facilitava le avventure. La bauta permetteva la massima libertà e soprattutto garantiva l’assoluto anonimato,
tanto che per ogni bauta incontrata era doveroso e cortese porgerle il saluto.
Nel 1748 Carlo Goldoni inserì nelle sue rappresentazioni anche attori mascherati con bauta, rappresentando così uno scorcio del suo secolo.

Bernardon
Una delle più contestate maschere alla "barona" è quella del Bernardon, definita una "lurida macchietta popolare": rappresenta un vecchio pidocchioso che
mostra le piaghe dovute agli stravizi di gioventù e al mal francese (sifilide) che lo consuma. Rappresenta un uomo coperto di cenci cascanti a pezzi che
gli lasciavano scoperte parte delle braccia, delle gambe o della schiena dove apparivano finte piaghe e bubboni con pezzi di vestito e sanguinanti.
Il capo era avvolto da un drappo lordo di sangue con una gamba di legno ed era retto in piedi da dei bastoni.
Camminava per la città cantando una canzonaccia che qui riportiamo:

                    Povero Bernardon tuto impiagao!
                    Col baston son redoto, e pien de fame,
                    a pianzar per la strada el mio pecao
                    che tuto intiero m'à imarzio el corbame;
                    causa stescarabazze, e la so scuola,
                    so sta butao nela quinta cariola.

Facanapa o Fracanapa
Maschera nata a metà Ottocento, è l’anti-Pantalone, "filiazione di plebe, come Pantalone è concepimento di borghesia d’altra epoca".
Dal naso a pappagallo, porta occhiali verdi, cappello a larghe falde, cravatta rossa, giubbone bianco a code lunghissime.

Gnaga
Era una forma di travestimento molto semplice da farsi e quindi molto usata dai veneziani: era uso dei giovani Veneziani vestirsi da donne imitandone
il modo di fare ma involgarendone il linguaggio.
La gnaga (maschera indossata dagli uomini per impersonare figure femminili) consisteva in un uomo vestito da donna e che usava una maschera da gatta imitandone
il miagolare e con un gattino in un cestello al braccio.
Era usanza, nei modi di dire veneziani, usare l'espressione "ti ga na vose da gnaga" per indicare un tono di voce stridulo.
Spesso le gnaghe facevano finta di essere delle balie e per questo si facevano accompagnare a volte da bambini ed altre volte da altri uomini vestiti da "tati" e "tate" (bimbo e bimba).

Larva o Volto
Maschera per lo più bianca, tipicamente veneziana, veniva usata con tricorno e tabarro per formare la bauta.
Il nome larva si pensa che derivi dalla stessa voce latina che ha come significato "maschera" o "fantasma" in quanto ci si può immaginare l'effetto di un Veneziano
tutto vestito di nero con questa maschera bianca sorretta dal tricorno nero mentre passeggia al chiaro di luna...
La forma della maschera permetteva di respirare e di bere agevolmente, quindi non serviva toglierla, mantenendo così l'anonimato.
Queste maschere erano lavorate in tela fine incerata, erano quindi molto leggere e non recavano alcun fastidio: si poteva quindi tranquillamente ballare, mangiare, civettare.

Maschera in Domino
Travestimento di carnevale usato dagli antichi veneziani composto da un ampio mantello con cappuccio. Il nome di questa maschera deriva da una formula ecclesiastica,
Benedicamus Domino (benediciamo il Signore) che era usata, in quel tempo, dai frati ed ecclesiastici , come saluto.
Si pensa altresì che il travestimento sia nato per "deridere" l'abito sacro dei prelati".
A Venezia questa maschera non prese mai un uso comune, la usavano soprattutto le donne perché consentiva di celare ancor meglio la persona.

Mattacino
E' una specie di pagliaccio con abito bianco o multicolore, leggero e corto, con in testa un cappello piumato.
I mattacini a Venezia erano famosi per il lancio di "ovi profumai" (uova profumate) che lanciavano con le frombole.
L'usanza era così frequente che, intorno a questi personaggi, si generò un vero e proprio mercato: a centinaia erano i venditori ambulanti di queste uova odorose
che venivano lanciate verso balconi occupati da amici, conoscenti e da fanciulle innamorate.

Medico della Peste
Una delle piaghe maggiori per la città di Venezia è stata sicuramente la Peste che in più occasioni colpì la città. Per questo el medico dea peste non è una vera e
propria maschera ma veniva indossata in casi di necessità pratica (epidemie di peste); il suo lungo naso conteneva una specie di filtro composto da sali ed erbe
aromatiche disinfettanti: rosmarino, aglio, ginepro. Successivamente questa maschera acquistò, nel rituale del carnevale veneziano, un significato scaramantico
ed esorcistico nei confronti di ogni malattia contagiosa.

Moretta
Maschera di ovale di velluto nero usata solitamente dalle donne. Molto particolare perché doveva essere sostenuta tenendo in bocca un bottoncino all'altezza delle labbra.
 Per questo motivo la moretta era una maschera muta. Dagli uomini era apprezzata perché dava alla figura femminile quel fascino misterioso dato dal silenzio.

Omo Selvadego (Uomo Selvaggio)
Bizzarro personaggio tra l’ingenuo e l’ostile, villoso e volgare nella parlata, armato di nodosi bastoni, con pelli di animali vistosamente ostentate,
spesso protagonista della festa del giovedì grasso, l’uomo selvaggio era un travestimento assai facile da realizzare.

Zanni
Satira cittadina del contadino inurbato, da cui derivano le caratterizzazioni di Arlecchino, Pulcinella ed infinite varianti di servo sciocco e servo furbo. L’abbigliamento specifico
prevede un camiciotto e larghe brache bianche, un borsellino alla cintura e una mazza o batocio (da cui l’appellativo Arlecchin Batocio) ed un berretto floscio.
E così è abbigliato Pulcinella, spesso associato a Pantalone, tanto da essere ormai considerata un maschera veneziana, scelta da Tiepolo come
protagonista degli affreschi della Villa di Zianigo: Pulcinella e i saltimbanchi, Pulcinella innamorato, Pulcinella che gozzovigliano (1797); sul soffitto il
famosissimo ovale con l'Altalena dei Pulcinella (1793).

Zendà
Era un travestimento per il carnevale tipico delle donne veneziane di basso rango ma non per questo non esercitava il suo fascino.
Lo zendale (o zendà) era una lunga stola di colore bianco o nero in origine di cendale o taffetà di seta, o una mantellina cortissima che si usava portare sopra la testa con i
capi annodati dietro la schiena.
Le ragazze da marito lo portavano di colore bianco e veniva chiamato "nizioleto" o "fazzuol" (fazzoletto).
Insieme a questo travestimento le popolane usavano nascondersi la faccia con la moreta.
Nel carnevale veneziano tutto era permesso e moltissime nobildonne avevano la consuetudine di usare questo travestimento.
 

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