Le Poste del Regno. 

Nel 1861, il primo Ministro Camillo Benso Conte di Cavour affidò al
 Conte Giovanni Battista Barbavara di Gravellona, che era dal 1859 Direttore generale delle Poste Sarde,
l' incarico di riunificare e riorganizzare la rete nazionale postale. Nominato Direttore
generale delle Poste Italiane, Barbavara conservò la carica fino al febbraio 1880. Fu anche nominato
 al prestigioso incarico di Senatore del Regno. Durante il primo anno del neonato Regno d'Italia
vennero utilizzati fino ad esaurimento i francobolli del Regno di Sardegna. Portavano l'effigie
del Re Vittorio Emanuele II, diventato primo Re d'Italia. Solo l'anno successivo, furono
stampati i primi francobolli italiani con dentellatura. Secondo le norme internazionali, tutti i francobolli
 dovevano riportare la scritta Posta e i numeri dovevano essere arabi. La prima serie organica
 di francobolli italiani, con l'effigie di Vittorio Emanuele I, fu emessa nel 1863, l'anno in
cui fu anche
 introdotta la tariffa unica

 (immagine 1: un bistro giallastro a gomma integra da 10 centesimi, 1862. Una rarità in ottimo stato di conservazione.
Immagine 2: affrancatura tricolore del 1866, © Museo Storico P.T.
).

 1862, Regio Uffizio

 Giovanni Barbavara, Direttore delle Regie Poste, fece approvare, nel 1862, la Legge Postale Nazionale,
un caposaldo nella storia italiana della comunicazione, i cui punti cardini erano tre: l'affermazione
del concetto di servizio pubblico; la creazione del monopolio statale con la conseguente abolizione di tutte le concessioni private; il riconoscimento della inviolabilità delle lettere. La prima amministrazione della nuova rete nazionale comprendeva una direzione generale con 18 direzioni compartimentali e 2383 direzioni locali. Gli impiegati e gli agenti erano 7305 e circa 3 mila i procaccia e i postini. La posta a cavallo venne progressivamente
sostituita con servizi via treno a vapore. Buche d'impostazione e uffici postali cambiarono le insegne.
Ma la situazione, soprattutto nel sud, non era delle migliori: "(...) In tutto il regno dei Borboni vi erano appena tre strade postali.
Ora, per farsi un'idea in che condizioni si trovassero", scriveva l'autorevole economista Antonio Gicca, nel 1862,
 "basta osservare che la migliore, la più importante strada, quella delle Puglie, a mezza via tra Avellino e Bovino, sale tanto alta per la
 vetta dell'Appennino (mentre che avrebbesi potuto praticare a mezza costa) che le vetture non possono procedere oltre tirate da cavalli,
 ed è necessità che dei bovi traggano la vettura, e delle scarpe, come dicesi nel paese, si mettano nelle ruote per impedire il precipitare
 della ripida discesa, per cui il tragitto è lungo, penoso e spesso pericoloso. Una lettera spedita da Napoli" notava l'economista,
 "impiegava dunque cinque giorni per giungere a Lecce, molto più di quanto s'impiega comodamente da Londra a Napoli"
 (Vito Di Dario, "Oh Mia Patria. Un inviato nel primo anno dell'Unità d'Italia", Mondadori le Scie, 1990)

...... immagini delle varie cassette delle lettere nella pagina seguente

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